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resso Città di Castello, situata in una ridente posizione collinare dalla quale si gode uno stupendo panorama sull’intera “Alta Valle del Tevere” è Citerna. Di antiche origini etrusche, il territorio di questo borgo fu densamente popolato anche in età romana, come è attestato dal ritrovamento di fittili e monete. Nel periodo medioevale, il castello fu aspramente conteso tra la ghibellina Arezzo e la guelfa Città di Castello. Fu feudo della potente famiglia dei Marchesi del Colle sino agli inizi del 1200, dopo di che si pose sotto la protezione di Città di Castello.
Bartolomeo da Pisa e Giacomo Oddi, cronografi francescani, rispettivamente del XIV e XV secolo, narrano i seguenti episodi verificatisi a Citerna, che vedono protagonista Francesco d’Assisi:
«Nel Castello di Citerna, essendo congregato tucto lo populo, santo Francesco s’acostò ad una cerqua (quercia) per predicare, la quale cerqua era pina de formiche, a le quale l’omo de Dio, santo Francesco, comandò che se partissero et desserli lo loco, acciò che podesse predicare la parola de Dio a quillo populo. Le quale subito, al suo comandamento, se partiero via. Et acciò che meglio et più liberamente se podessero partire, comandò al populo che dessero loco a le sorelle suoe formiche. Et fo cosa meravegliosa, ché tucte, in quillo ponto, se partiero, et non foro mai più vedute tornare ad quella cerqua» (G. Oddi, La Franceschina, vol. I, p. 422). Nello stesso luogo, continua l’Oddi, «Anche predicando quisto santo occurse una cosa stupenda et paventosa. Che sopravenendo una lasciva et vana femina cum uno cimbalo in mano et sonando, inpediva molto la predica de santo Francesco. Et essendo amonita dal santo più volte che se partisse de lì o restesse de sonare, la quale né per prieghe né per menaccie de santo Francesco se reteneva de sonare, santo Francesco ad alta voce dixe: “Tolle, tolle via, diabolo quello ch’è tuo”. Subito fo pigliata quella misera femena et levata in ayre, et non fo mai più veduta da quillo in puoi da veruna persona» (ibidem).
A tali prodigi, la devozione del popolo verso il Serafico si accrebbe talmente, che lo pregarono affinché anche nella loro terra avesse costituito una dimora per sé e per i suoi frati. Il Santo, allora, volendo appagare il pio desiderio di quei buoni fedeli, chiese che venisse edificato un “locus” di “frasche et de loto” proprio dove aveva tenuto la sua predica: sul colle presso Citerna, chiamato più tardi dalla popolazione “Montesanto”, a ricordo del miracoloso evento; e dove, fra l’altro, il Poverello serafico avrebbe miracolosamente fatto scaturire una fontana di fresca e salutare acqua (per cui resta ancor oggi il toponimo “Fontedegna”).
Il conventino, detto anche “Gli Osservanti” (all’interno della cui chiesa il Pomarancio affrescò l’episodio del miracolo delle formiche), fu abitato sino a che i francescani passarono nel convento intitolato al Santissimo Crocifisso, edificato a ridosso di una chiesetta, dopo che un crocifisso qui posto, fu visto emanare sangue (questo convento, nel 1864, subì la soppressione italica: furono espulsi dal luogo tutti i religiosi, meno un sacerdote, il qual, unitamente ad un converso, rimase come custode, ed a lui venne affidata una parte dello stabile, essendo il resto destinato ad uso ospedale).
Le cronache tramandano che, pur nella sua piccola ristrettezza di circuito, il castello di Citerna annoverò tra i suoi conventi sia i minori Conventuali, sia gli Osservanti, sia i Cappuccini, sino alla soppressione conseguita all'Unificazione Italiana.
Paolo Rossi
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